Il bunga banka di Tabacci

Così Bruno Tabacci si è messo dietro al paravento arancione e ha iniziato a fare il tecnico dei tagli e dei dolori. A spiegare di aver trovato un comune con più debiti della Grecia, a tagliare le spese – Giacomo Beretta, ex assessore al Bilancio nella giunta Moratti, era stato tra i primi a denunciare: “La notizia del nuovo buco da 400 milioni nelle casse comunali è stata diffusa ad arte da Tabacci per creare un allarmismo ingiustificato, e avere così la scusa per introdurre nuove tasse a carico dei cittadini e dismettere aziende municipali efficienti come Sea e A2A” – ad aumentare il biglietto dell’autobus a 1,50. A varare per cinici motivi di bilancio il ticket dell’Area C, lui che a fronte di assessori entusiasti di girare in bicicletta confessa candidamente di aver già esaurito il bonus di ingressi che gli spetta come residente del centro storico, e per il resto di muoversi in taxi. E poi si è messo a vendere a pezzi la Sea, la società del comune che gestisce gli aeroporti. Roba che se ci avesse provato Letizia Moratti sarebbero scesi in piazza Duomo coi forconi. E se la sinistra mugugna e abbassa la testa, il leghista Matteo Salvini ha gioco facile a dire: “La maggioranza di sinistra, il sindaco e l’intera città sono ostaggio di un vecchio democristiano che ha deciso di vendere tutto quello che trova per strada”. Mentre sul caso Sea lo storico vicesindaco di destra Riccardo De Corato ha buon gioco a dire: “A Milano, a nemmeno un anno dall’insediamento dei rosso-arancioni e del loro ‘vento che cambia’, ci sarà il primo sciopero anti Pisapia”. Che in realtà, a ben guardare, è stato uno sciopero anti Tabacci. Contro il tecnico sobrio che di fatto ha in mano tutti i dossier che contano in città, anche perché svetta per competenza dentro al panorama non eccezionale di una giunta di sinistra massimalista a parole e mediatrice nei fatti.
Una carriera da golden boy, figlio della generazione dei basisti-banchieri, uomo di De Mita per le banche del nord, nonostante le sue ambizioni da politico di prima fascia, Tabacci è sempre un uomo di raccordo. Non è un caso se, nell’epocale scontro tra De Mita e Craxi, la defenestrazione di Tabacci dalla presidenza del Pirellone, sostituito da Giuseppe Giovenzana in pieno tripudio del Caf, segnò anche l’inizio della fine del regno di Ciriaco. Poi Tangentopoli fece il resto, spruzzando di fango anche lui. Le reazioni di Tabacci, oggi come allora, sono uguali: “Non ho toccato una lira”, disse allora. “Sulla Sea non è girato un caffè”, dice ora. Finì giustamente tutto in nulla, come per tanti altri. Solo che lui, il basista-banchiere, il puro tra gli impuri, della faccenda ha sempre dato una lettura diversa, un mantra insistito e indurito negli anni: la colpa di Tangentopoli non fu tanto far fuori una classe politica che se lo meritava, ma aver “creato Berlusconi, il quale ha cavalcato Mani pulite come se niente fosse”. Strana sindrome di Stoccolma, la trasformazione della vittima di una frettolosa Tangentopoli in un algido moralizzatore che adesso partecipa a incontri commemorativi con Di Pietro (“ma tra me e Di Pietro è finita due a zero per me”) e pontifica: “Ora è peggio di allora”. A Gianni Barbacetto per MicroMega, anno 2005, rilasciò un’intervista mozzorecchi: “La politica ha perso peso, la finanza ha preso il comando. Stiamo vivendo una stagione vergognosa in cui la politica non esiste più e i furbetti fanno ciò che vogliono”. Intanto, tra la crisi di una Repubblica e l’attesa della crisi di quell’altra, coltivava i rapporti con Vincenzo Maranghi quando, a fianco dell’erede di Cuccia e con Giorgio La Malfa, facevano la guerra ad Antonio Fazio su fondazioni bancarie e altro. E’ in quei tempi che si saldano gli ottimi rapporti con Carlo De Benedetti. Senza impedire quelli buoni con Marcellino Gavio e Salvatore Ligresti.
E proprio Sea è diventata il luogo simbolico in cui tentare di decifrare, in un gioco di specchi come direbbe Casini, il ruolo e le mire di Bruno Tabacci. La vicenda Sea è istruttiva e divertente, e vale la pena di essere riassunta. Lo scorso dicembre il comune ha venduto il 29,75 per cento della società aeroportuale tramite un’asta in cui l’unico partecipante fu la F2i, il fondo di investimenti guidato da Vito Gamberale, che vinse la partita offrendo un solo euro in più della base d’asta. Niente di male, ma non proprio un trionfo per un’asta internazionale. Anche perché l’unico altro gruppo che pareva interessato, gli indiani di Srei, per una bizzarra disavventura toponomastica del loro manager arrivarono a Palazzo Marino con dieci minuti di ritardo per presentare le carte. Trovarono chiuso.
E’ probabile che non accada niente, che sia solo un’intercettazione come centomila: vuota. Ma mentre Masseroli, Salvini e De Corato si sbracciavano contro i bassi commerci della giunta, è notevole che persino Alessandro Sallusti, il combattente direttore del Giornale noto per non farne passare una alla sinistra, ha scritto: “I casi sono due. O Pisapia e Gamberale sono due ladri che si sono fregati i soldi dei milanesi, oppure il caso è l’ennesimo esempio di come in Italia sia impossibile concludere affari anche utili alla comunità senza finire nella palude del sospetto direi a prescindere. Io propendo per la seconda ipotesi. Pisapia è avversario politico da battere nell’urna, non usando la facile scorciatoia delle aule giudiziarie”.
Lo snodo torna a Milano, anzi in Lombardia. Dove attorno al grattacielo di Formigoni l’opposizione e i tecno-centristi hanno ormai posto l’assedio. Così, mentre CDB lavora per Prodi e possibilmente per trovare “un Pisapia per la Lombardia”, in attesa di trovarne un altro per l’Italia, il tecnocrate dalle cento vite e dalle mille porte tesse la sua tela, e si ritrova giocoforza al centro di molti incroci, alcuni dei quali potrebbero portare in regione. Vero è che Tabacci, di suo, non ha mai mai brillato per consenso popolare. Tanto è stato sempre ben accetto e ben portato dai circoli bancari e finanziari, tanto scarso è stato il suo appeal nelle urne. Quando nel 2006 si candidò alle amministrative di Milano prese un migliaio di voti. L’ultima volta, in Parlamento, è entrato per il rotto della cuffia. La via per defenestrare il Celeste e imporsi poi come futuro candidato di centro e sinistra è ardua.
Intanto Tabacci lavora a quel che sa fare meglio, tessere i rapporti tra la politica e l’economia. Il più ambizioso dei suoi cantieri è quello della grande “multiutility del nord”, e se andasse in porto sarebbe davvero la nascita di un discreto impero economico di cui essere, se non il deus ex machina, quantomeno il nume politico tutelare. Grosso modo, l’idea è di riunire alcune ex municipalizzate, sfruttando anche il feeling politico tra amministrazioni di sinistra, per costruire una holding che vada dai servizi all’energia ai rifiuti. E’ il progetto SuperEdipower, che piace appunto a Piero Fassino e Tabacci, ma richiede una bella serie di acrobazie finanziarie e societarie, nonché accordi politici, su cui non tutti concordano. Si tratterebbe di unire i settori energia di A2A e di Iren (la multiutility nata dalla fusione delle municipalizzate di Torino e Genova) e di Enìa (che invece raggruppa le ex di Reggio Emilia, Parma e Piacenza), sotto l’ombrello di Edipower, società passata ad A2A. Potrebbe nascere un nuovo colosso, un grande produttore italiano di energia secondo solo a Enel. Per Tabacci si tratterebbe anche di sistemare i conti: A2A ha molti di debiti, e di recente lui ha litigato con Giuseppe Sala, presidente di A2A, affermando che quest’anno la società non dovrebbe distribuire dividendi, al che Sala gli ha risposto che “non sono i soci che definiscono i dividendi”). Che ci siano anche queste faccende a preoccupare De Benedetti, oltre alla sospensione della democrazia in Italia e al grave vulnus del beauty contest per il digitale terrestre? Lo pensano in molti. L’energia è strategia, e giustifica il pressing costante sul ministro dello Sviluppo, Corrado Passera. Dal cui tavolo passeranno prima o poi anche questi progetti, e non si vorrebbe mai che ci si dimenticasse anche di quelli che interessano Sorgenia, il gioiellino della Cir. Sta di fatto che ancora in febbraio l’Espresso aveva sparato una copertina che tratteggiava con toni demoniaci le supposte ambizioni politiche di Passera, in combutta addirittura con i ciellini post berlusconiani e sotto il manto del nuovo cardinale di Milano. In quel caso, Tabacci era tornato utile per un’intervista avvelenata in cui proprio lui, il laico demitiano che con Cl non ha mai avuto buoni rapporti, giungeva a rimpiangere don Giussani. Poi è cambiato il vento, e poco tempo dopo è arrivata la botta all’ex pupillo Tabacci sulla Sea.
Un inatteso assist, dall’uomo forte della giunta Pisapia, alle posizioni espresse pubblicamente dal cardinale Scola.
"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.
E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"
